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Da oltre due secoli, la guglia maggiore di una
delle più importanti
cattedrali del mondo . . .

. . .
domina la città con i suoi centootto metri d’altezza.

Gli esili pinnacoli sono una sfida alla statica e al tempo . . .

. . . un prodigio d’ingegneria degli architetti . . .

. . .
e dei maestri carpentieri
che hanno edificato il tempio.

Nel
2004 il regista Piero Farina
ha
realizzato
un documentario . . .

. . .
che inizia sulle guglie del Duomo di Milano, raggiunge la cava di Candoglia
. . .

. . .
descrive il
percorso seguito dai blocchi di marmo lungo il Naviglio Grande . . .

. .
.
mostra i
lavori di ristrutturazione e restauro in corso dal duemiladue
sulla facciata del Duomo.

I passanti che da sempre animano il sagrato
della basilica . . .

. . . non sono affatto intimoriti . . .

. . . dalle migliaia di tonnellate di pietra
che sembrano sospese nell’aria . . .

. . . abituati come sono a considerare del tutto
naturale . . .

. . . il miracolo di stabilità ed equilibrio
che ogni giorno si rinnova . . .

. . . per le centotrentacinque guglie
. . .

. . .
e le
tremilaquattrocento statue . . .

. . . che animano
ogni superficie . . .

. . . e ogni nicchia.

Verso la fine del quattordicesimo secolo il duca Gian Galeazzo
Visconti si pose il problema di trovare un
materiale adatto a realizzare i pilastri . . .

. . .
e i grandi piloni del tiburio, a ricoprire le volte delle navate . .

. . .
e la pavimentazione all’interno della cattedrale.

La pietra destinata al Duomo avrebbe dovuto essere di particolare pregio e
bellezza . . .

.
. . la cava avrebbe dovuto trovarsi abbastanza vicino alla città e disporre
di maestranze capaci.
È a poco più di cento chilometri a nord-ovest di Milano . . .

. . . sulle estreme propaggini delle Alpi Lepontine . . .

. . .
che Gian Galeazzo Visconti pensò di trovare gli uomini, la pietra . . .

. . . e i legnami da costruzione necessari per realizzare la sua impresa.

Da sempre infatti il territorio dell’attuale Parco Nazionale della Val
Grande . . .

. . .
appare selvaggio, le sue valli difficili da percorrere . . .

. . .
ma
assai ricche di foreste e di acqua.

La pietra, nei paesi come Malesco, è la principale materia prima utilizzata
per costruire le case.

Di pietra è il pavimento a quadrettoni della più bella chiesa del paese . .
.

. . . di
pietra sono i tetti capaci di reggere il peso delle nevicate . .

. . . tetti che, visti dall’alto del campanile . . .

. . . dipingono di grigio il panorama dell’intero villaggio . . .

. . .
e le fontane poste sugli
angoli delle strade.

Di una pietra detta ollare sono alcuni oggetti di uso quotidiano . .

. . . che ancora
oggi gli scalpellini realizzano . . .
. . . impegnandosi per ore in un lavoro difficile, ingrato . . .

. . .
perché la roccia nera di questi monti oppone notevole
resistenza al procedere dello scalpello.

Ma la gente del luogo è da sempre abituata a misurarsi con le
durissime pareti delle sue montagne.

Seicento anni fa gli
scalpellini dell’intera regione vennero assunti per
lavorare in una cava di proprietà della
famiglia Visconti, posta quasi alla base . . .

. . . di un ripidissimo
pendio che in parte chiude alla valle la vista verso il lago Maggiore.
È proprio qui, a Candoglia . . .

. . . nella cava donata
da Gian Galeazzo Visconti alla Fabbrica del Duomo nel 1387, che la
Cattedrale di Milano ha le sue radici di pietra.

Dal gigantesco
squarcio alto più di cinquanta metri che s’apre nella montagna è stato estratto quasi
tutto il marmo utilizzato in sei secoli di lavoro per la costruzione del Duomo.

L’immensa cavità della
Cava Madre è l’immagine in negativo della grande chiesa
lombarda.

Con il capo cantiere Ambrogio, il regista Piero Farina
risale le scale che portano
nella parte alta della cava, nella zona che è sfruttata già da molti anni.

Ambrogio è una buona guida e spiega con parole
chiare la funzione delle funi
d’acciaio che penetrano per trenta metri nella roccia . . .

. . . al fine di
tenere sotto controllo anche il più piccolo movimento interno delle
pareti.

Il ruolo dei grandi
piloni che impediscono il
collasso delle rocce che, senza di essi, tenderebbero ad
avvicinarsi per colmare il vuoto prodotto dalle estrazioni.

Ambrogio e Piero percorrono le strette
passerelle che s’appoggiano alle pareti per vedere come si estraeva il marmo fino alla metà del Novecento.

Per procedere
allo sbancamento . . .

. . . i cavatori
erano costretti a scavare profondi pozzi verticali all’interno della
montagna.

Le date che si leggono
sulle pareti della Cava Madre indicano quote di sbancamenti avvenuti in
passato, tracce di decenni trascorsi a svuotare pezzo per pezzo la montagna.

Il cavo diamantato scorre
nei fori praticati col trapano . . .

. . . per tutta la lunghezza del masso da
abbattere.

All'esterno della
cava, dietro un macigno di
parecchie tonnellate in attesa di essere lavorato, si sta terminando intanto
il taglio di un piccolo blocco di marmo.

Nella cava madre intanto
il cavo penetra a fondo
nel blocco alto cinque metri in poco più di una dozzina di ore.

Dopo aver completato il
taglio orizzontale della parete . . .

. . . il masso di una quarantina di tonnellate,
staccato completamente dal banco marmoreo, potrà essere abbattuto.

All'esterno della cava, la parte più scura del
blocchetto viene infine staccata e . . .

. . . il piccolo parallelepipedo di marmo
risplende di un bel colore rosa opalescente.

Il gigantesco carro-ponte
che ha una portata di duecento tonnellate . . .

. . . solleva i
settantacinque chili del blocchetto . . .

. . . e
li depone sul piano di carico di un buldozer.

Nella cava, la pressione dei
cuscinetti idraulici sposta lentamente l’enorme massa di marmo.

La fessura
si fa sempre più larga fino a permettere ai cunei d’acciaio di penetrare, ad
una profondità sempre maggiore, nel cuore stesso della parete.

Quello che precede
l’abbattimento del blocco è un momento di particolare tensione, quasi di
emozione per chi non è del mestiere.

Pare che nulla cambi per
lunghissimi, interminabili minuti, ma il baricentro della parete si sposta millimetro dopo millimetro verso
l’esterno.

Dopo alcuni secchi ed
improvvisi segnali sonori la verticale del masso cade fuori della sua base e
la parete, in pochi istanti, collassa.

A bordo di una barchetta
il parallelepipedo di marmo discende dal fiume Toce fino al Lago Maggiore.

Un tempo le barche
costeggiavano le rive del lago per ventisei chilometri prima di
raggiungere il Ticino e poi il Naviglio Grande per portare il marmo di Candoglia ai cantieri del
Duomo ancor oggi attivi nella cattedrale lombarda.

"Siamo a sessanta
metri rispetto alla piazza . . .

. . . alla sommità del nostro ponteggio,
siamo scesi ormai già di quattro pontate - dice l'ingegnere
Benigno Mörlin Visconti Castiglione direttore della Veneranda Fabbrica
del Duomo -

.
. . l'intervento che è iniziato da queste quattro guglie centrali è
praticamente terminato".

"Questo
ponteggio per il restauro della facciata del Duomo . . .

. . . è stato montato nella primavera
estate del 2002 - continua il direttore - . . .

Questa è una delle
guglie . . .

. . . in parte già
restaurata nella struttura con l'inserimento di nuovi blocchi
. . .

. . . di marmo di Candoglia,
praticamente il
materiale costitutivo di tutto il Duomo".

Spesso
occorre una manodopera in grado di compiere non solo interventi di muratura
e carpenteria . . .

. . . ma capace di realizzare copie intere o parziali
. . .

. . . degli originali
che, sulla facciata o in altri punti del Duomo . . .

. . . abbiano bisogno
di essere sostituiti.

Nel laboratorio della
Veneranda Fabbrica del Duomo ci sono disegnatori, tecnici e artigiani
specializzati in grado di riprodurre i pezzi deteriorati dal
tempo. I disegni degli
originali, accuratamente riprodotti su carta . . .

. . . sono poi riportati sui
blocchi di marmo di Candoglia
da scolpire.

Le opere sono
parzialmente prelavorate dalle macchine, ma la rifinitura è eseguita a mano
. . .

. . . e ogni pezzo richiede
diverse settimane di lavoro prima di essere collocato sulla cattedrale.

In sei
secoli di storia del Duomo sono migliaia i blocchi di marmo provenienti da Candoglia
che hanno percorso, dopo aver lasciato il Ticino, i cinquanta
chilometri del Naviglio Grande prima di raggiungere Milano.

Il trasporto avveniva su
barconi non molto più piccoli . . .

. . . di quelli che
oggi sono ancorati nei pressi di Castelletto di Cuggiono.

Fino ai primi anni del
Novecento, le barche, le "cagnone", erano di legno . . .

. . . e avevano una
capacità di carico di svariate tonnellate.

Queste di ferro sono
state usate nei primi due decenni dell’ultimo dopoguerra per trasportare
materiale edilizio . . .

. . .
come dice Vittorio
Colombini che in quei tempi era poco più di un ragazzo al regista Piero
Farina . . .

. . . mentre navigano
sulle acque del Naviglio Grande . . .

. . . trasportando il
parallelepipedo di marmo di Candoglia. Un tempo la gente che viveva o lavorava sulle sponde del Naviglio Grande
. . .

. . . si ristorava all’osteria con un buon
bicchiere di vino. Nell’Osteria del Ponte, a Castelletto di Cuggiono, si respira ancora
l’aria di quei tempi.

La natura dei luoghi
attraversati dal Naviglio Grande, nella zona lombarda del Parco del
Ticino, rispondeva assai bene alle
esigenze di chi si poteva permettersi di
trascorrere la stagione estiva in un paesaggio che si lega in modo armonioso alle opere
costruite dall’uomo nel corso dei secoli.

A Castelletto,
seminascosta dalla vegetazione, sorge Villa Clerici, raggiungibile
dall’imbarcadero del Naviglio Grande con una sontuosa scalinata.

Attraversando una
campagna dove regnano ancora verde e silenzio, lungo il percorso che si
sviluppa per alcune decine di chilometri, s’incontrano numerosi piccoli
paesi che sembrano aggrappati ai ponti che scavalcano le acque.

Borghi che proprio nella
modesta dimensione delle loro case, così ben intonate alla natura del
territorio, conservano una realtà inalterata e a misura d’uomo, difficile da
trovare in altri luoghi della pianura padana.

Che il Naviglio Grande
non sia stato soltanto una via d’acqua riservata ai traffici e
all’irrigazione dei campi, lo si nota particolarmente a Robecco.

Qui si
trova il maggior numero di residenze dove i nobili e i ricchi borghesi di
Milano si recavano per la villeggiatura.

Dimore come Villa Gaia Gandini che s’affaccia sul
Naviglio Grande con una balaustra settecentesca in ferro battuto . . .

. . . dove oggi
suonerà l’Orchestra "Eisenah”, composta di giovanissimi musicisti.

Seguendo la scalea che
sale dall’imbarcadero, si giunge nel parco secolare dell’edificio.

(foto M. Fogliarini,
Robecco sul Naviglio 18 04 04)
Qui, a Villa Gaia Gandini
s’organizzavano
feste e banchetti . . .

. . . ai quali prendevano parte le famiglie della ricca
borghesia . . .

. . . e della nobiltà milanese che, nella pace e nella bellezza di
questi luoghi, trascorrevano giornate di svago e di riposo.

In cortili come quello di
Villa Gaia Gandini, rarissimo esempio di corte rinascimentale interamente
coperta da decorazioni affrescate . . .

. . .
trovavano riparo dalla calura estiva
parenti e amici degli Sforza o dei Visconti, casato che proprio con Gian
Galeazzo aveva promosso alcuni secoli prima la costruzione del Duomo.

Il felice rapporto tra
uomo e natura, che in passato non ha mai attraversato momenti di grande
contrasto, oggi sta vivendo una crisi preoccupante.

A subirne le conseguenze,
oltre all’uomo e al paesaggio, è anche il marmo di Candoglia che, nella
metropoli lombarda, patisce i danni dovuti in gran parte all’inquinamento
atmosferico di questi ultimi decenni.

Le statue che si
trovano sulle dodici guglie del Duomo di Milano . . .

. . . per la loro posizione
particolarmente esposta, sono quelle che sopportano in modo più evidente
l’azione acida delle acque dilavanti.

La struttura cristallina
del marmo si trasforma lentamente, ma in modo irreversibile . . .

. . . fino
all’appiattimento delle parti più sporgenti.

Nell’atelier dello scultore Nicola
Gagliardi . . .

. . . la spatola stacca una ad una . . .

. . . le parti danneggiate di una statua alta più di due metri, su cui da qualche giorno sta lavorando.

Dato che il restauro della scultura
non è più possibile, Gagliardi ha ricevuto l’incarico da parte della
Veneranda Fabbrica del Duomo, di realizzarne una
copia.

La statua originale
del profeta Zaccaria, dato il notevole peso, viene spostata con l’aiuto di un
paranco.

Ma farne una copia non sarà facile dato che la disgregazione del marmo
ha dissolto quasi tutte le pieghe del manto.

Da molti anni anche
nell’atelier di Gino Corsanini si realizzano copie per la Veneranda
Fabbrica del Duomo.

(foto M. Fogliarini
Arluno 20 04 04)
Lo scultore s’impegna
sempre al massimo per restituire l’espressione originale . . .

(foto M. Fogliarini
Arluno 20 04 04)
. . . alle statue che
saranno collocate sulla facciata della cattedrale lombarda.

Dopo quasi cento
chilometri percorsi sulle vie d’acqua del fiume Toce, del Lago
Maggiore, del fiume Ticino e del Naviglio Grande . . .

. . . i settantacinque chili di
marmo tagliati a Candoglia hanno raggiunto finalmente lo specchio
d’acqua della Darsena, antico punto di congiunzione con tutti gli altri
navigli di Milano.

"Ben cinquecentocinquantamila blocchi sono arrivati via acqua -
dice l'architetto Empio Malara presidente dell'Associazione Amici dei
Navigli a Piero Farina -

- per poter entrare nella cerchia dei Navigli di Milano dovevano
superare un dislivello di circa tre metri. Per superare questo
dislivello . . .

. . . due ingegneri della Fabbrica del Duomo, Fioravante da Bologna e Filippo
Degli Organi da Modena, inventarono la conca di navigazione".

Ben poco è rimasto delle
conche di navigazione che tanta importanza hanno avuto nel permettere al
marmo di raggiungere il Duomo.

Quelle di cui resta
ancora traccia sono ridotte a squallidi ricettacoli d’immondizie . . .

. . . e hanno perso ogni funzione.

"Questa è la Conca
dell'Incoronata realizzata nel 1496 da Ludovico il Moro - spiega Piero
Farina - È una delle
ultime che si possono ancora vedere anche se è assai fatiscente . . .

. . . Come doveva funzionare tutto
l'impianto? Questi portelli venivano aperti sollevando dei ganci di
ferro con cavi metallici e l'acqua poteva così entrare
nell'invaso . . .

. . . Quando l'acqua aveva
sollevato la barca al livello superiore si aprivano le paratie e
l'imbarcazione poteva proseguire la navigazione ".

Gigi Pedroli, pittore,
incisore e compositore di canzoni ispirate al tratto di Naviglio . . .

(foto M. Fogliarini
Milano 10 09 04)
. . . che ancora oggi
lambisce le case di Milano . . .

. . .
riesce con difficoltà a ritrovare nella realtà attuale . . .

(foto M. Fogliarini
Milano 10 09 04)
. . .
le atmosfere che,
fino agli anni dell’ultima guerra, avevano caratterizzato il tratto
urbano di questo corso d’acqua.

(foto M. Fogliarini
Milano 10 09 04)
Ma alcuni punti del
Naviglio Grande hanno ancora conservato il loro fascino.

La chiesetta di San
Cristoforo dove per secoli i nobili milanesi hanno sostato prima d’imbarcarsi verso le loro residenze di campagna
. . .

. . . o dove
barcaioli infreddoliti si fermavano qualche istante per togliersi di dosso le nebbie umide del canale.

(foto M. Fogliarini
Milano 11 09 04)
La Ripa di Porta
Ticinese . . .

(foto M. Fogliarini
Milano 11 09 04)
. . . dove nel Vicolo Lavandai si trovano ancora gli antichi lavatoi
. . .

(foto M. Fogliarini
Milano 11 09 04)
. . . un
tempo usati dalle donne che qui venivano per svolgere il loro lavoro.

(foto M. Fogliarini
Milano 11 09 04)
Sulle balaustre che
corrono lungo le alzaie del Naviglio . . .

(foto M. Fogliarini
Milano 11 09 04)
. . . sono ancora visibili i
solchi lasciati dalle funi con le quali buoi e cavalli trainavano i
barconi nel percorso controcorrente.

(foto M. Fogliarini
Milano 11 09 04)
Questa zona, un tempo
animata da mercati, modeste botteghe e osterie . . .

(foto M. Fogliarini
Milano 11 09 04)
. . . oggi è ricca di locali alla
moda, è frequentata da pittori, da turisti e da giovani della buona società.

(foto M. Fogliarini
Milano 11 09 04)
Nonostante il cambiamento
radicale qui il paesaggio urbano è ancora a misura d’uomo e si respira un'atmosfera accogliente e tenera come i colori delle case.

(foto M. Fogliarini
Milano 11 09 04)
Oggi il marmo di
Candoglia giunge al Duomo su camion di
ridotte proporzioni. Un’intera montagna di marmo . . .

. . . è stata impiegata in passato per la
sua costruzione. In futuro,
altre grandi quantità saranno necessarie per mantenerlo in buona salute.

"La basilica è sana,
tutto sommato sta bene - dice l'ingegnere Benigno Mörlin Visconti
Castiglione -

. . . due volte all'anno facciamo dei controlli di misurazione delle colonne
e dei basamenti . . .

. . .
sappiamo che il Duomo si muove per effetti termici o
di falda, però si tratta di movimenti fisiologici".

Negli anni in cui si
lavorava a pieno ritmo per la costruzione del Duomo . . .

. . . nei suoi cantieri erano
impegnati contemporaneamente ben tremilacinquecento scalpellini . . .

. . . oggi vi
lavorano non più di una cinquantina di persone specializzate.

Finché ci sarà chi è
disposto a lavorare sul dito di una statua con la stessa cura e attenzione
. . .

. . . con cui generazioni
di architetti, scultori e disegnatori hanno lavorato sulle centotrentasei
guglie del Duomo . . .

. . . i passanti non dovranno temere
davvero nulla da tutto quel marmo di Candoglia che, lasciato il cuore della
montagna . . .

. . . dopo aver percorso parte della pianura padana è stato trasformato
in statue, capitelli, doccioni, fiocchi, e falconature.

Per secoli, se ne starà
ancora sospeso nel cielo di Milano, aereo e lieve, come un disegno.

Il documentario è
Là dove nasce il Duomo
di
Piero Farina
Durata 30’ 03” 1°
messa in onda: 25 02 2005
PRODUZIONE
GEO & GEO - RAITRE -
2004
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