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Kidintùu Tra le pietre della Nubia di Eugenio Fantusati
a cura di Marisa Fogliarini
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La vasta area geografica che si estende a nord di Khartoum, la capitale del Sudan, dove si snoda il percorso che in una settimana ha toccato alcuni importanti, ma poco noti siti archeologici dell’antica Nubia . . .
. . . è la più aspra di un paese che con due milioni e mezzo di chilometri quadrati è il più grande e vario dell’intera Africa.
Nella lingua dei Nubiani, che da sempre abitano questo territorio confinante a nord con l’Egitto e a est con l’Etiopia e il Mar Rosso, “Kidintùu” vuol dire “tra le pietre”.
Ed è appunto tra le pietre e la sabbia di uno dei paesi con la storia più affascinante del continente africano che . . .
. . . nel novembre del 2001, i fuoristrada di una spedizione . . .
. . . guidata dall'archeologo prof. Eugenio Fantusati dell'IsIAO, Istituto italiano per l'Africa e l'Oriente, e dal regista Piero Farina di Rai Tre insieme ad una troupe della trasmissione televisiva Geo & Geo . . .
. . . hanno percorso un tragitto di oltre milleduecento chilometri attraversando una regione finora quasi completamente ignorata dai grandi flussi del turismo internazionale.
Verso le prime ore del mattino i fuoristrada percorrono la pista che, in poche ore, li porta a raggiungere la prima meta del viaggio . . .
. . . il luogo dove si trova uno dei tanti pozzi disseminati lungo le piste dello Wadi Awateib, il pozzo di Wadi Ben Naga.
Nelle zone desertiche del Sudan l’approvvigionamento idrico, richiede lunghe e laboriose operazioni da parte dei nomadi che trascorrono intere giornate nei pressi dei pozzi ad abbeverare il loro bestiame.
I pozzi sono straordinarie opere idrauliche costituite, in taluni casi, da scavi verticali profondi anche più di ottanta metri.
Un otre in pelle, assicurato al capo di una corda di cuoio, viene calato fino a pescare il prezioso liquido nelle falde sotterranee.
L’altro capo della corda è legato ad un animale da soma, quasi sempre un asinello, che permette di trarre in superficie l’otre colmo d’acqua.
Accanto ai pozzi ci sono di solito . . .
. . . alcuni bacini con argini in argilla nei quali . . .
. . . attraverso un’ingegnosa rete di canalizzazioni . . .
. . . si convoglia e raccoglie l’acqua destinata a soddisfare la sete degli animali.
Non molto lontano dal pozzo di Wadi Ben Naga appare la prima testimonianza di quanto era esteso il territorio dove si è sviluppata l’antica e grande civiltà nubiana.
Il Tempio del Leone e il suo chiosco risalgono agli ultimi anni prima dell’era cristiana e sono dedicati al dio Apedemak.
Il dio viene rappresentato in tre modi diversi: sotto forma di serpente, . . .
. . . con i suoi attributi di guerriero, . . .
. . . con tre teste e quattro braccia.
Mentre quest'ultima raffigurazione mostra la probabile influenza della cultura indiana, alcuni caratteri del chiosco, come i capitelli corinzi che sormontano i pulvini delle colonne o gli ingressi ad arco al posto degli architravi, . . .
. . . rivelano gli influssi che la civiltà romana ha avuto su questo paese situato oltre i confini dell’impero.
Quando la spedizione raggiunge il Tempio di Ammone che si eleva sulle prime alture, a non più di due chilometri di distanza . .
. . . è ormai l’ora del tramonto.
Nello spazio che s’apre ad imbuto tra i piloni del tempio si staglia l'unico rilievo di un gebel venerato dagli antichi nubiani . . .
. . . la realtà pietrosa di una delle assai rare montagne che si incontreranno nell’arco dell’intero viaggio.
Col calare del sole la temperatura s’abbassa lentamente di parecchi gradi.
Mentre i fuoristrada si avvicinano all'accampamento, predisposto in un avvallamento del terreno per proteggerlo maggiormente dal vento teso della notte, si scorgono le tende già montate.
A notte ormai inoltrata la luna veglia sul sonno di tutta la compagnia.
Il giorno dopo, all’alba, tutti sono già in piedi a sfidare il freddo delle ore notturne, ma all’orizzonte il sole è ancora basso e il termometro non supera gli undici, dodici gradi.
Quando i fuoristrada lasciano Naga diretti sempre più a nord, senza incontrare particolari difficoltà di percorso eccetto una notevole presenza di dune sabbiose che in certi tratti ingombrano la pista . . .
. . . tutti sanno che il tragitto che percorreranno nell’arco della giornata li condurrà a uno dei luoghi più importanti e attesi di questo viaggio.
Dopo qualche decina di chilometri un gruppo di nomadi che corre verso i fuoristrada costringe la spedizione ad una sosta non prevista.
Si tratta di un intero gruppo familiare accampato a qualche chilometro di distanza.
Alcuni si avvicinano e con l'aiuto degli autisti che fungono da interpreti scambiano qualche parola con i partecipanti alla spedizione.
I fuoristrada stanno già per ripartire mentre l'operatore si attarda per riprendere il bellissimo volto di una giovane donna . . .
Ma improvvisamente, ancora molto lontana . . .
. . . fiera e silenziosa appare come per prodigio una giovinetta.
Avrà tredici o quattordici anni . . .
. . . e pare antica come i luoghi dove è nata.
Non è il levriero che, festoso e a grandi falcate, rincorre i fuoristrada per almeno un chilometro facendo sentire maggiormente amica la sabbia e che infine scompare nella polvere dei pneumatici . . .
. . . a poter rallentare la corsa dei fuoristrada verso nord ovest.
Non è Omar, il bambino che accompagna la comitiva . . .
. . . nel santuario templare di Musawwarat Es Sufra . . .
. . . rendendo più vivi i grandi massi con cui sono state realizzate le mura del maestoso complesso della civiltà nubiana del quarto secolo a. C. . . .
. . . più allegro e curioso il terminale di una parete dall’aspetto ancora evidente di un elefante . . .
. . . che può far prolungare la sosta accanto alle colonne del tempio.
Nè può spingere ad una lunga sosta il Tempio del dio Leone, interamente ricostruito negli anni sessanta, che sorge a mezzo chilometro di distanza.
Grande è la finezza dei bassorilievi in onore del dio Apedemak . .
. . . incisi sull’arenaria ricavata in gran quantità . . .
. . . dalle montagne che sorgono nei pressi del deserto . . .
. . . il fascino delle sei colonne che all’interno si ergono gigantesche a sostegno del tetto da cui tenue si diffonde la luce.
Ora il desiderio dei partecipanti alla spedizione è solo quello di raggiungere, nel più breve tempo possibile, uno delle mete più importanti di questo viaggio, proprio nel cuore dell’antica Nubia.
Sotto il sole del pomeriggio ormai inoltrato, a buona andatura, considerando la pista dissestata, i fuoristrada percorrono in una nuvola di polvere gli ultimi chilometri.
A grande distanza appare infine una duna con la sabbia dal colore del miele.
Al di là della duna si trova il luogo dove sono stati sepolti i sovrani della città più prestigiosa della Nubia di quel tempo . . .
. . . la necropoli della città di Meroe.
Sulle piramidi stanno già scendendo le prime ombre della sera.
"In quest'area furono sepolti tutti i re e le regine di Meroe a partire dal III sec. a. C. fino alla fine del regno - dice Eugenio Fantusati - . . .
. . . quindi questo cimitero fu utilizzato dalla casa regnante di Meroe per circa seicento anni . . .
. . . le piramidi che si vedono, a differenza di quelle egiziane, non presentano delle camere interne. . .
. . . si tratta in realtà di sovrastrutture di camere funerarie sotterranee nelle quali i sovrani venivano deposti . . .
. . . lungo le rampe d'accesso alle camere funerarie furono trovate delle vittime umane destinate ad accompagnare il sovrano nel suo ultimo viaggio".
"Le piramidi sono complessivamente 57 - aggiunge il prof. Fantusati - sul crinale . . .
. . . sono visibili le più alte e più antiche che raggiungevano circa trenta metri d'altezza".
Il sole sta tramontando e la spedizione lascia la necropoli.
Con le ombre della sera . . .
. . . torna a calare anche la temperatura.
Tutti i partecipanti alla spedizione si radunano nell'accampamento, intorno al fuoco . . .
. . . al suono di una chitarra.
Prima di ripartire il prof. Fantusati controlla l'itinerario insieme ad alcuni membri della spedizione.
La mattina dopo, subito dopo il sorgere del sole . . .
. . . arrivano i nomadi . . .
. . . uomini e donne . . .
Si siedono dignitosamente intorno al campo . . .
. . . per mostrare . . .
. . . e vendere i monili di loro produzione . . .
Ma è l'ora della partenza . . .
. . e i fuoristrada, dopo qualche decina di chilometri di deserto . .
. . . giungono nel paese di Ed-Damer, capoluogo della regione del Nilo, dove è prevista una breve sosta. È giorno di mercato e tanti sono i prodotti in vendita . . .
. . . i venditori offrono le loro mercanzie senza insistenza . . .
. . . col sorriso sulle labbra, invitando all'assaggio . . .
. . . c'è chi custodisce il banchetto della frutta . . .
. . . o chi ne ha da vendere solo un cesto.
Anche gli asini hanno il loro daffare.
C'è chi si rinfresca dalla calura . . .
. . . chi vende camicie . . .
. . . chi cuce abiti su misura . . .
. . . e chi lustra le scarpe.
I bambini davanti alla telecamera si esercitano ad usare un bastoncino per la pulizia dei denti . . .
. . . così come è prescritto durante il periodo del Ramadan.
Altri osservano incuriositi . . .
. . . le immagini riflesse nell'obbiettivo.
La pista che dalla necropoli di Meroe porta a uno dei traghetti che attraversa il Nilo è assai accidentata.
Quando la spedizione raggiunge la riva destra del fiume, in una zona vicina alla quinta cateratta, si presentano alcune difficoltà per l'imbarco.
C’è una gran confusione di gente e sul traghetto sono pochi i posti disponibili.
Dovrebbero infatti essere imbarcati assieme ai fuoristrada e ai membri della spedizione . . .
. . . anche numerosi capi di bestiame, diverse altre auto . . .
. . . e un bel numero di asini che trasportano mercanzie.
Dopo qualche discussione e una non facile trattativa, Michele, uno degli accompagnatori, riesce a spuntarla e . . .
. . . finalmente si sale a bordo.
Durante la traversata il traghetto è una vera e propria arca di Noè, ma la promiscuità tra uomini e animali crea un’atmosfera particolare che fa sentire tutti a proprio agio.
Qui la gente, abituata a misurarsi con una dimensione rettilinea del tempo e dello spazio, . . .
. . . accetta la vita così come viene, con una gran tranquillità interiore . . .
Chi attraversa il Nilo ripete gesti antichi . . .
. . . con cadenze . . .
. . . e ritmi sempre uguali.
La spedizione, sbarcata e accampata a qualche chilometro dal fiume, ascolta le indicazioni di Eugenio Fantusati sulla traversata del deserto del Bayuda, compreso tra la terza e la quarta cateratta del Nilo.
I fuoristrada procedono con difficoltà su una pista a tratti sabbiosa o ingombra di grosse pietre.
L’accecante chiarore spiega il nome Bayuda, cioè bianco, dato all’ampia distesa in cui la presenza di macchie arbustive permette la vita di animali e uomini. S'incontrano difatti alcuni pastori . . .
. . . coi loro cammelli.
Essi appartengono ad un clan di genti Beja, nomadi organizzati in piccoli gruppi familiari . . .
. . . che abitano in capanne di legno coperte da fogliame essiccato.
Le donne sfaccendano . . .
. . . o siedono . . .
. . . con compostezza . . .
. . . e dignità . . .
. . . davanti alla loro capanna.
L’interno della capanna è molto ordinato e assai pulito nonostante la poca acqua a disposizione . . .
Gli asini aspettano . . .
. . . di svolgere il loro lavoro.
Ma ormai la spedizione ha fretta di raggiungere la meta che non è più molto lontana . . .
. . . infatti già qualcosa si intravede in lontananza . . .
Dopo altri quaranta chilometri di pista tra polvere e sabbia, percorsi con la velocità consentita da improvvisi e accidentati avvallamenti . . .
. . . si erge, davanti agli occhi della spedizione, Gebel Barkal, la montagna sacra.
I sovrani Egizi, e dopo i Nubiani, apposero sulla sommità del suo alto pinnacolo di roccia un’iscrizione ricoperta con una lamina d’oro che, come un faro nel deserto, lanciava bagliori a grandi distanza.
Le numerose piramidi nei pressi di Gebel Barkal provano quanto stretti fossero i rapporti tra questa località e la lontana città di Meroe.
Dopo più di due millenni, le imponenti tombe con le vette aguzze rivolte verso il cielo sembrano ancora segnare un tempo che non muta.
Ma a poca distanza dagli arieti che sorgono ai lati . . .
. . . della via che conduce al tempio di Ammone, proprio ai piedi della montagna sacra ai Nubiani . . .
. . . in un immenso cimitero musulmano, semplici pietre indicano la presenza di numerosi sepolcri. Due civiltà, quella ormai spenta dell’antica Nubia e quella ben viva dell’Islam vengono qui accomunate dal grande valore attribuito a questa terra.
Il traghetto che trasporta i fuoristrada e l'intera spedizione riattraversa il Nilo.
Ormai sulla via del ritorno i fuoristrada superano un automezzo carico di giovani coppie dirette, secondo un costume consueto in Sudan, ad una cerimonia nuziale collettiva.
Le spose allungano le mani attraverso le sbarre . . .
. . . gli sposi salutano sorridenti . . .
. . . ed esultanti . . .
. . . mentre il regista Piero Farina contraccambia.
L'ingenua felicità di questi giovani è l’ultima emozione vissuta in questo paese.
Il documentario è Kidintùu Tra le pietre della Nubia di Piero Farina Eugenio Fantusati
regia Piero Farina
fotografia Roberto Airola Ivan Mascagni
montaggio Corrado Ianiri
voce Enrico Di Troja
durata: 24’ 41’’ 1° messa in onda 23 03 02 PRODUZIONE MAV TELEVISION PER GEO & GEO - RAI TRE 2002
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